Il contesto dello scatto di questa foto è così descritto da Gian Franco Venè nel suo libro La notte di Villarbasse: «I fotografi, in numero maggiore dei cronisti, cercarono di indovinare l’itinerario (“gli ultimi passi”) che quelli di Villlarbasse avrebbero compiuto scesi dal furgone, e ciascuno scelse la posizione che gli sembrava migliore. In realtà, c’era poco da indovinare: il furgone si sarebbe fermato al di là di un breve tunnel che sfociava sullo spiazzo, e le tre sedie erano già sistemate a due metri dall’alto muro increspato di vecchio muschio. Ogni sedia era infissa al terreno con dei picchetti e dalle spalliere penzolavano tre strisce di tela bianca alte una decina di centimetri e lunghe una cinquantina… “Toh, si sono fatti crescere la barba!” Un po’ per la barba, un po’ perché i cronisti incaricati del servizio sulla fucilazione erano diversi da quelli che avevano seguito il processo sette mesi prima, tra i lampi di magnesio i giornalisti si domandavano ad alta voce: “Qual è Puleo? Qual è D’Ignoti? Il grasso?”. Finché a rispondere fu Puleo: “Giovanni Puleo sono io, questo è La Barbera Francesco, questo qui dietro è D’Ignoti Giovanni”. Aveva la voce esaltata ma squillante e la barba nera gli incorniciava un sorriso a denti stretti. Chiese “una bella fotografia-ricordo”, alzò le manette e le catene all’altezza del petto e sorrise in posa cosicché un fotografo ricaricando il magnesio trovò naturale provocarlo: “Un altro sorriso Puleo!”. “Eccoci qua!” rispose, e dette una scossa alle catene perché La Barbera lo imitasse. (Giovanni D’Ignoti, invece, a testa bassa se ne stava in disparte quel tanto che gli era concesso dalle catene e un carabiniere dovette sorreggerlo al momento di procedere verso la sedia)», (Mondadori, Milano, p. 230).