Sensibile interprete della fotografia “umanista” che ha segnato la storia del secondo Novecento, si forma con Ugo Mulas, Alfa Castaldi, Carlo Bavagnoli, nelle lunghe discussioni sull’arte e la fotografia al bar Jamaica, nel quartiere milanese di Brera, nel clima di idealità dell’Italia degli anni Cinquanta. Nel 1954 si trasferisce a Parigi, vive poi a Londra, a Roma, e dagli anni Novanta nella città di Fermo, collaborando con testate come «Regards», «l’Humanité Dimanche», «L’Express», «Jeune Afrique», «l’Unità», «il manifesto», «Il Venerdì di Repubblica». Freelance per scelta esistenziale, lavora con uno stile piano, attento alla realtà quotidiana e segnato da una forte empatia con i soggetti dei suoi scatti, realizzando reportage sull’Algeria nei giorni dell’Indipendenza, sul maggio francese, sulla Berlino dell’89, sulla vita nei paesi della Spagna e del Portogallo, o nei villaggi del Mali, del Senegal, del Niger. Nello stesso tempo Dondero è anche il cantore di un mondo artistico e intellettuale animato da forti idealità politiche, di cui restituisce speranze e utopie.