Il processo Serenelli fu celebrato dalla Corte d’assise di Roma fra l’11 e il 15 ottobre 1902. Il giovane, un contadino ventenne domiciliato a Ferriere di Conca, attualmente una frazione di Latina, era imputato reo confesso di omicidio premeditato aggravato della dodicenne Maria Goretti, uccisa nel luglio passato perché aveva resistito a un tentativo di stupro. I suoi legali tentarono di difenderlo giocando la carta dell’irresponsabilità morale per vizio di mente, una tesi che i periti psichiatrici Giovanni Mingazzini e Nicola De Pedys confermarono parzialmente. Il loro parere valse meno della minore età come attenuante, non lo prevenendolo da una dura sentenza; la Corte, accogliendo il giudizio dei giurati, lo condannò a trent’anni di carcere. Serenelli li scontò in detenzione nelle carceri di Noto, Augusta e in una colonia penale sarda venendo rilasciato in virtù di un condono tre anni prima della decorrenza del loro termine. L’omicida che in carcere aveva vissuto un processo di conversione a una fervida fede cattolica, divenne un devoto della sua vittima intorno a cui si era frattanto sviluppato un fiorente culto religioso