Francesco Virdis, vent’anni, ha ucciso la madre, il fratello e la sorella soffocandoli col gas. Gli «davano fastidio» perché gli rimproveravano la sua vita scioperata e inconcludente. Il Virdis ha confessato senza trascurare il minimo particolare, con l’impassibilità che aveva mantenuto durante tutti gli interrogatori. Da una settimana egli aveva prearato il delitto strappando i sigilli e la piastrina del bocchettone del gas; ed aveva atteso. «Lunedì ho sentito che era giunto il momento – egli ha detto – così, verso le ventidue, quanto tutti erano ormai addormentati, aprii la manopola del gas». Poi si recò al bar, giocò ai flippers, scorrazzò per Torino in motoretta. Tardi, tornò a casa. Trovò tutti morti. E per simulare un delitto perfetto trascinò il fratello vicino al bocchettone del contatore e vi impose le mani rattrappite del cadavere. Non è il caso di parlare di gioventù bruciata, di fronte a questo delitto. L’atrocità del racconto già sconfina nell’assurdo.