Il processo al conte Alessandro Faella, imputato per omicidio e tentata truffa con falso in cambiale, fu celebrato dalla Corte d'assise di Bologna fra il 1° e il 20 febbraio 1882. Il dibattimento richiamò un vasto pubblico, i cronisti dei giornali locali e i corrispondenti di molti organi della stampa nazionale. Faella non si presentò in aula ufficialmente per ragioni di salute, ma in effetti per tutelare il proprio onore. Le prove a suo carico erano schiaccianti. I suoi legali progettarono di difenderlo, ammettendone la colpevolezza e invocandone la diminuita responsabilità per vizio di mente. La Corte rese impraticabile questa strategia, rigettando sistematicamente le loro richieste di rinvio del dibattimento; gli alienisti convocati dalla difesa declinarono l’invito a periziare il conte per ragioni di opportunità. I medici che lo visitarono nel carcere di San Giovanni in Monte, intervenuti in giudizio in qualità di periti fiscali, ne attestarono invece la pienezza delle facoltà intellettive. Nella serata del 18 febbraio, Faella ingerì una dose di veleno che gli risultò letale; il suicidio dell'imputato pose fine al processo prima dell'emanazione della sentenza.