Il processo Agnoletti fu celebrato dalla Corte d'assise di Milano fra il 25 giugno e il 6 luglio 1872. L'imputato Achille Agnoletti era incriminato per l'omicidio premeditato aggravato del figlio Carlo, un bambino di poco meno di tre anni, che aveva annegato in una roggia milanese nel gennaio passato. Il dibattimento suscitò rumorosi echi pubblici, venendo seguito da una folla imponente accorsa in aula e dai corrispondenti della stampa italiana che ne diede ampi resoconti per tutta la sua durata. L'accusa era solidissima, corroborata da un'ampia mole di prove oggettive e soggettive e anche dalla pur tardiva confessione dell'omicida. La difesa tentò di sottrarre Agnoletti alla responsabilità penale per vizio di mente, affidandosi all'expertise di tre autorevoli psichiatri. I periti dell'accusa si pronunciarono per la sua sanità psichica, mentre quelli della difesa diedero responsi articolati; i giudizi di questi ultimi oscillarono fra l'ammissione dell'impossibilità di attribuirgli una precisa psicopatologia all'ipotesi diagnostica di follia morale. Interpellata la giuria, che riteneva il delitto svincolato da impulsi psicopatologici, la Corte irrogò ad Agnoletti la condanna ai lavori forzati a vita. I legali di quest'ultimo ricorsero in Cassazione per irregolarità procedurale, conseguendo l'annullamento del processo