Nel 1873, la Corte d'assise di Bergamo celebrò il processo a Vincenzo Verzeni, accusato degli omicidi di Giovanna Motta ed Elisabetta Pagnoncelli e del tentato omicidio di Marianna Verzeni. I legali dell'imputato, nonostante questi si professasse innocente, strutturarono la strategia difensiva sulla richiesta di riduzione di pena per diminuita responsabilità da vizio di mente. I periti medico-legali interpellati dall'accusa si pronunciarono per la pienezza delle sue facoltà mentali, una tesi ribadita da altri periti fiscali che lo esaminarono a Brescia. La difesa interpellò i propri, fra cui Cesare Lombroso, il quale prospettò un'ipotesi contraddittoria; l'imputato era un individuo sano, che aveva sviluppato uno stato morboso per effetto del desiderio sessuale maturato durante l'omicidio delle due donne. Gli altri periti si mantennero fermi sulle posizioni originarie. I giurati, ascoltati i periti e le arringhe delle parti, giudicarono Verzeni colpevole dei crimini a lui ascritti. Il contadino fu condannato all'ergastolo e ai lavori forzati a vita. Il processo suscitò forti echi nella stampa italiana, ma anche nella letteratura psichiatrica e criminologica