Il processo ad Alberto Olivo, imputato reo confesso di uxoricidio e occultamento di cadavere, fu calendarizzato dalla Corte di assise di Milano per il gennaio 1904. La difesa ne conseguì il rinvio di cinque mesi per consentire a quatto alienisti la perizia psichiatrica dell'imputato. I periti lo giudicarono sano di mente e pertanto penalmente responsabile delle sue azioni. L'evento giudiziario attrasse un grande concorso di pubblico e suscitò fortissimi echi di stampa. La pubblica accusa sostenne che l'imputato avesse ucciso la moglie perché "sordido", restio a pagarle le lezioni di una maestra che le insegnasse a leggere e scrivere. Olivo si difese con notevole abilità scenica, rovesciando la responsabilità dell'uxoricidio su una moglie aggressiva e litigiosa. I testimoni che sfilarono davanti alla Corte confermarono volenti o nolenti la sua versione. I periti psichiatrici lo ribadirono sano di mente, nonostante che un suo mancamento avesse fatto ventilare a Cesare Lombroso nel "Corriere della Sera" l'ipotesi che il suo delitto andasse ricondotto a una crisi epilettica; l'intervento del celebre criminologo fu discusso in sede processuale, insinuando dubbi nel pubblico e anche nel perito Ellero. La difesa insistette su questo argomento, reclamando la non imputabilità di Olivo per vizio di mente. La giuria popolare lo prosciolse dall'accusa principale, reputandolo artefice di un uxoricidio non premeditato; la formulazione del quesito che fu sottoposto ai giurati non contemplava l'ipotesi dell'omicidio preterintenzionale. La sentenza fu accolta da un'ovazione del pubblico in aula, ma suscitò aspre critiche da parte della stampa generalista e specialistica italiana