La fotografia nei fascicoli giudiziari
della Valle d’Aosta

approfondimenti dell'atlante del crimine

L’evoluzione della fotografia giudiziaria in Valle d’Aosta (1893-1956)

L’analisi dei fascicoli della Corte d’Assise della Valle D'Aosta (1893-1956) rivela un’introduzione lenta della fotografia giudiziaria, inizialmente delegata a studi privati e amatori. Se le prime immagini autoptiche compaiono solo nel 1942, è nel secondo dopoguerra che la documentazione visiva si consolida, passando dalla sporadicità dei primi anni a una progressiva standardizzazione tecnica affidata ai gabinetti di polizia scientifica.

Lo spoglio dei fascicoli dei processi della Corte d’Assise relativi al territorio della Valle d’Aosta dal 1893 al 1956, rivela un uso molto limitato della fotografia, tanto nei rilievi sulla scena del crimine che nelle autopsie, rappresentativo della lentezza e delle modalità con cui le nuove tecniche di indagine scientifica promosse fin dalla fine dell’Ottocento da Salvatore Ottolenghi e dalla sua scuola di polizia scientifica si diffondono sul territorio italiano.

Fino ai primi anni ’50 inoltrati la documentazione fotografica è molto rara, si suppone per ragioni economiche (la fotografia era ancora una pratica costosa) e culturali (l’idea di utilizzare la fotografia nelle indagini di polizia e nelle perizie autoptiche, così come anche in realtà in quelle psichiatriche non si era ancora diffusa). Si trovano sporadiche fotografie nei rilievi delle forze dell’ordine, affidate a fotografi locali come il fotoamatore E. Bodio (caso di Pietro Money accusato di omicidio nel 1908), l’etnologo e fotografo di paesaggio Giulio Brocherel (caso di Faustino Cerise, imputato per incendio doloso nel 1908, e caso di Giuseppe Centoz, imputato per atti di libidine nel 1913) e come il ritrattista Pietro Pane (caso di Medardo Pasteris, accusato di omicidio qualificato a scopo di rapina nel 1929) mentre inesistenti fino al 1942 sono i casi di fotografie allegate alle autopsie. Anche quando negli anni Cinquanta inizia a diffondersi l’uso della fotografia nei rilievi della polizia, l’uso nelle perizie mediche rimane invece scarso.

Il primo caso di documentazione fotografica nelle perizie sul luogo del delitto risale al 1908 ed è relativo al caso Money, con tre fotografie su cartoncino delle abitazioni delle persone coinvolte nel delitto, commissionate a E. Bodio, fotografo dilettante di Aosta.

Lo stesso fascicolo contiene anche una fotografia allegata all’autopsia. Ma si tratta dell’autopsia dell’imputato, morto in carcere a Torino ed eseguita quindi dall’Istituto di medicina legale dell’università di Torino. Non è quindi rappresentativo dell’uso della fotografia nelle autopsie in Valle d’Aosta, che si afferma molto più avanti.

Per avere delle fotografie autoptiche vere e proprie sul territorio della Valle d’Aosta bisogna aspettare il 1942 con la perizia autoptica del dottor Santo Bussato sul caso del presunto omicidio del minatore Francesco Bracchiglione da parte dei suoi compagni di lavoro Giulio Carpignano, Silvio Faccin e Leopoldo Fontana. Le foto sono di Antonio Ogliaro, nome che ritorna in altre perizie.

La prima fotografia in una perizia psichiatrica risale al caso Busso, del 1911.

Nel secondo dopoguerra troviamo una documentazione fotografica dei crimini più ampia e realizzata secondo modelli che tendono verso la standardizzazione nelle modalità di ripresa, nel formato delle fotografie e nelle didascalie, anche se gli autori delle immagini sono soggetti variabili, che mutano a seconda delle forze dell’ordine intervenute sul luogo del crimine e della disponibilità locale di operatori. In alcuni casi a compiere il rilievo è la polizia scientifica (caso Carrel del 1950 in cui a redigere il verbale di sopralluogo è il Vice Brigadiere di P.S. Gino Marcoaldi, addetto al Gabinetto segnaletico della Questura di Aosta; o caso Perseghin-Birro, del 1956 in cui i rilievi e le fotografie sono fatte dal vice brigadiere di P.S. Giuseppe Spatafora e dalla guardia di P.S. Fabio Paialunga, fotosegnalatori della Questura di Aosta), mentre in due fascicoli troviamo una documentazione ad opera di un carabiniere foto-segnalatore, Giacomo Bellia (Caso Zappia del 1953, con le fotografie del sopralluogo e del rinvenimento del cadavere e caso Guagliardo del 1952, con foto nell’autopsia e nel sopralluogo) o della legione territoriale dei carabinieri di Torino squadra di polizia giudiziaria di Aosta (caso Procopio, del 1956). Per altri delitti la realizzazione delle fotografie viene commissionata ad un fotografo privato (come per il delitto Bugni del 1949 in cui le fotografie dei rilievi sul luogo del delitto e dell’autopsia sono affidate al fotografo Pietro Ardissone, autore anche delle fotografie del verbale di descrizione località del caso Baccanelli del 1955; o per il caso di Nadir Chiabodo del 1953 in cui le fotografie vengono affidate a Antonio Ogliaro di Torino).